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La prima cosa che si nota appena entrati nel salone principale è lo splendido arazzo, risalente ai primi anni del 900 riproducente il dipinto della "Madonna dell'Olivo" eseguito da Nicolò Barabino e reso famoso dalla Regina Margherita.

A cavallo del secolo era di buon auspicio porre queste immagini a capo del letto degli sposi, così come fecero i nonni del proprietario del museo a cui questo arazzo appunto apparteneva. 

Possiamo quindi osservare, attorno ad un vero albero d’olivo,  nella sezione dedicata all'olivicoltura, gli attrezzi che si utilizzavano per la coltivazione e la potatura: un aratro a trazione animale e vari “serronis” per il taglio dei rami e alcune forbici per potare.

 Ma l’interesse per la coltivazione dei nostri olivi viene dimostrata anche da una preziosa fotografia che ritrae i partecipanti ad un corso di innestatori tenuto a Dolianova a cavallo tra il 1800 ed il 1900.

 Molto interessante la raccolta di contenitori graduati che erano utilizzati, al posto della bilancia per la misura delle olive da avviare alla molitura.

 L’unità di base era “”SU MOI” equivalente a circa 35 kg d’olive del quale però non esisteva il contenitore graduato.

Per ottenere un “MOI” si utilizzavano “SA MESUREDDA” e “SA MESURA” equivalenti rispettivamente a 3,5 kg e a 14 kg.

Due “MESURAS” sommate a due “MESUREDDAS” ottenevano la quantità richieste.

Una pressata completa era considerata una “MOLINADA” ed era equivalente a tre “MOIS,  in peso circa 105 kg.

 Per semplificare il lavoro fu utilizzata anche  “SA QUARRA” che equivaleva ad  una” MESURA” più una “MESUREDDA”.

 In questo modo bastavano sei “QUARRAS” per ottenere una “MOLINADA”.

Il sistema di misure cadde in disuso con l’introduzione del peso delle olive da molire ma rimane ancora nel linguaggio comune dei vecchi agricoltori.

Un bilico dei primi del 900 dimostra questa successiva evoluzione.

Frangitura

Il primo sistema per la frangitura delle olive è rimasto immutato per millenni.

Si trattava semplicemente di pietra che veniva fatta ruotare intorno ad un asse centrale utilizzando animale da soma, in genere un asinello, quale forza motrice.

La pietra utilizzata per la realizzazione della molazza era sempre molto dura e scelta tra quelle presenti nel territorio.

Il materiale più diffuso è senz’altro il granito. Molto più raro l’utilizzo di altre pietre, come quella esposta, di provenienza oristanese, in basalto

Le parti in legno erano in ginepro, come in questo caso, o in altri legni meno pregiati.

Con l’utilizzo di palette di legno il frantoiano spingeva la pasta sotto la pietra finché diventava omogenea e avveniva l’aggregazione delle particelle di olio.

 

Estrazione

Una volta che la pasta aveva raggiunto il giusto grado di lavorazione era inserita all’interno dei fiscoli, i quali sottoposti a pressione permettevano l’estrazione del mosto formato dall’olio insieme all’acqua di vegetazione.

 A seconda del tipo di pressa si utilizzavano diversi tipi di fiscoli.

I primi furono quelli a sacca, chiamati anche sportine, che risalgono fin ai tempi dell’antico testamento.

 Nella pressa in legno esposta la pressatura era ottenuta a forza di braccia con l’utilizzo di una stanga.

Questo tipo di pressatura esigeva una mano d’opera specializzata e attenta.

La torre dei fiscoli doveva essere omogenea e ben impilata per evitare che  potesse pendere su di un lato e crollare di conseguenza.

Nei primi anni del 1900 si ebbe un’evoluzione basilare delle presse con l’introduzione della foratina (l’asse centrale intorno al quale si potevano impilare i fiscoli in tutta tranquillità e sicurezza) e sopratutto del carrello mobile che permetteva la preparazione della torre su di un carrello mentre la pressa era utilizzata per l’estrazione dell’olio da un altro.

 All’esterno sono esposte due presse idrauliche risalenti entrambi agli inizi del 1900.

 La prima è in pratica la versione idraulica dello stesso modello di legno, ed è ancora priva della foratina centrale. I fiscoli erano ancora impilati all’interno della pressa stessa.

La più moderna invece consente già l’uso di fiscoli a foro centrale e del carrello mobile.

Questa tipologia di pressa è ancora in uso ancora oggi nei frantoi che utilizzano questo tipo di estrazione.

Separazione

Dopo la spremitura, il mosto ottenuto era raccolto in appositi recipienti dove con l’utilizzo di sassole veniva raccolto l’olio che, essendo più leggero dell’acqua di vegetazione, veniva a galla.

 Negli anni cinquanta una grande innovazione venne dall’introduzione del separatore centrifugo.

La separazione dell’olio dall’acqua non avveniva più a mano ma una macchina apposita eseguiva in lavoro in maniera del tutto automatica.

 

Conservazione

Attualmente la maniera ottimale per la conservazione dell’olio è data dall’utilizzo di contenitori in acciaio inox, ma nel corso dei millenni il sistema più diffuso è stato quello della terracotta.

In esposizione vari contenitori:

A partire da un’anfora romana (copia), utilizzata anche per il trasporto  del vino, fino ai più moderni contenitori in lamiera zincata, utilizzati fino a pochi anni fa.

 Per poter estrarre l’olio contenuto in questi recipienti era necessario l’utilizzo di pompe che permettessero di pescare anche dal fondo del recipiente.

Quell’esposta nel museo realizzata in lamiera zincata e risalente ai primi anni del 1900 era azionata agendo in maniera alternata sulla maniglia di comando.

 

Attrezzatura varie

Sino a pochissimi anni fa l’olio non veniva confezionato ma veniva venduto sfuso nelle botteghe.

Per la misurazione delle quantità erano utilizzate delle apparecchiature simili a quell’esposta.

L’olio, contenuto in due serbatoi posti all’interno, era fatto fluire in contenitori graduati.

Una volta ottenuto il quantitativo richiesto, agendo sugli stessi comandi si poteva riempire il contenitore di proprietà dell’acquirente.

 L’olio, nel corso dei millenni, è stato utilizzato anche per la conservazione degli alimenti. Il problema è quello di poter asportare l’olio presente nella parte superiore della bottiglia senza doverla agitare e capovolgere. Questo attrezzo si utilizza infilando un beccuccio nella bottiglia e aspirando dall’altro permette di asportare l’olio.

Burocrazia

Dal 1966 con i primi contributi erogati dalla Comunità Europea ai produttori olivicoli sono sorti enormi gravami burocratici per i frantoiani.

Ancora oggi è necessario certificare le produzioni dei singoli produttori al fine di fargli ottenere il contributo sulla produzione.

Sono qui esposti alcuni dei registri utilizzati dall’Oleificio Locci nel corso degli anni.

Molto interessante, tra gli altri,  quello del 1970 che presenta anche tutte le firme dei singoli produttori.